Di Alessia Ripani (La Repubblica)

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Franca Franchini, aveva 76 anni e problemi di salute, è morta accoltellata dal marito 83enne a Livorno che ha preso l’arma dal cassetto della cucina. E’ la prima vittima di femminicidio del 2022. Dopo di lei, Guglielmina Pasetto, da tutti chiamata Delfina. Settantuno anni, è stata ammazzata sempre dal marito, Renzo Cavazze di anni 76. L’ha soffocata con un cuscino, poi si è impiccato. Aveva avuto un ictus Guglielmina, e lui si era ritrovato a doversi prendere cura di lei. Era caduto in depressione, aggravata dal Covid, raccontano. Albertina Creola – a un passo dai 70 anni, l’età che aveva il compagno – è morta uccisa a colpi di fucile in un’auto nelle campagne del Biellese insieme all’uomo con cui viveva. Omicidio-suicidio.

Tornando un po’ indietro, l’ultima donna uccisa nel 2021, di anni ne aveva 72: Maria Rita Conese, gettata da un ponte nel fiume Osento, in provincia di Chieti, dal 74enne suo marito poi arrestato per omicidio volontario. Un volo di 20 metri. Lei soffriva di Alzheimer, lui si è detto disperato, non era più in grado di sopportare. E ora ad Asti, il poco più che 50enne Gianni Ghiotti, ha confessato tre anni dopo di aver ucciso la madre malata. Anni 92. “Uccisa per amore, perché soffriva”. E’ stato assolto, aprendo un dibattito sulla sentenza e la strada al verosimile ricorso della procura che non vede percorribile l’ipotesi “dell’omicidio del consenziente”.


Parliamo dei “femminicidi altruistici o pietosi”, come sono stati chiamati in alcune sentenze, quelli che hanno come vittime donne anziane e fragili. Una definizione stigmatizzata anche dalla Commissione di inchiesta parlamentare, che con approfondimenti specifici ha citato e contestato la formula e l’approccio giudiziario collegato nella sua ultima relazione. “Più l’età dell’autore è avanzata – si legge in uno dei passaggi – più la tolleranza giudiziaria dell’atto è marcata”. Spesso di tratta omicidi-suicidi, “archiviati senza indagini – dice la magistrata Paola Di Nicola che del gruppo di lavoro sulla relazione è stata coordinatrice – chiusi senza capire se ci sia stata invece una storia di violenze o sofferenze patite dalla donna e di che genere. Ma ricordiamocelo bene: nessuna di queste donne ha chiesto di morire”.

“È il solito stereotipo che vede la vittima responsabile di quello che le accade – spiega Di Nicola – ‘è lei che era malata, io che potevo fare’. Ci sono stati casi di femminicidio in cui i figli spingevano per un ricovero in una Rsa e l’uomo si è opposto, o altri in cui la donna era già seguita da una bandate. E non c’entra neanche il dibattito sull’eutanasia riacceso con il caso di Asti. Se fosse così, quante persone malate sarebbe legittimo uccidere in Italia?”.

Le storie

Sono tante ogni anno le donne anziane ammazzate in famiglia, e negli ultimi anni sempre di più. Nel 2021, dal racconto dell’Osservatorio femminicidi di Repubblica, viene fuori che il 35% delle vittime di femminicidio aveva più di 65 anni. Lorenza Addolorata Carano, di Massafra, Taranto, ne aveva 91; Soccorsa Rashitelli, di Sesto San Giovanni, 90; Eleonora di Vicino, Pianura, Napoli, 85 e come lei altre ultra 80enni finite nel triste contatore che ha portato a 118 il numero delle vittime di omicidio volontario. Tante le ultrasettantenni. Senza considerare le morti mascherate da decesso per causa naturale che fanno sì che ogni anno il numero dei femminicidi risulti sempre sottostimato, come ci ricorda il caso, appunto, del figlio reo confesso di Asti ma anche i tentativi di Fabrizio Rocchi, 33enne arrestato per la morte della madre Graziella Bartolotta, trovata nel bagno della sua casa di Ardea con il cranio sfondato, e quello di Anna Turina, 73 anni, uccisa dal genero che aveva simulato un incidente domestico. Genero già nel 2005 accusato e assolto per duplice femminicidio.


La rappresentazione sociale

“Quello dell’uccisione delle donne anziane con problemi di salute, è un fenomeno che resta sotto traccia e per alcuni non rientrerebbe neanche nella categoria vera e propria del femminicidio”, aggiunge Pina Lalli, docente e ricercatrice, referente dell’Osservatorio di ricerca sul femminicidio dell’Università di Bologna e curatrice del volume “L’amore non uccide”. “Rappresenta però un dato incontrovertibile in l’Italia, dove fortunatamente l’incidenza dei femminicidi è tra le più basse d’Europa. Non solo. Anche gli osservatori sui femminicidi di Israele e Canada hanno sottolineato con preoccupazione il fenomeno”.

“Sono delitti che non fanno rumore – spiega – che la cronaca segue meno perché la vicenda non si presta alla narrazione del feuilleton tra amanti, le donne non sono giovani e carine e non hanno foto sui social e perché il movente appare in fin dei conti accettabile: non ce la faceva più a occuparsi di lei, non voleva vederla soffrire. Come dire, stendiamo un velo pietoso. Tutto questo, però, ha una matrice precisa – dice ancora Lalli – e sta nella profonda disuguaglianza delle aspettative di genere, per cui l’obbligo della cura resta prerogativa della donna. Non succede mai che una donna uccida il marito malato perché sopraffatta o per liberarsi dalla responsabilità dell’accudimento, e non è un caso. Abbiamo ben chiaro invece lo stigma sociale sulla madre ‘snaturata’ che uccide il proprio figlio. Certo esistono le lacune nel sistema del welfare, ma anche lì, guarda un po’, vanno a ricadere sempre sulle spalle delle donne”.

I numeri

I dati analizzati nella relazione della commissione d’inchiesta*, dicono che i quozienti più alti di femminicidi per 100mila donne si evidenziano tra le donne anziane, e tra quelle con un’età compresa tra i 35 e i 44 anni. Ma il dato delle donne anziane è particolarmente importante. Da un lato, incrocia, quello dei femminicidi commessi dai figli (le madri, tutte su con l’età, hanno le stesse probabilità di essere uccise dai propri figli indipendentemente dall’età di questi ultimi); dall’altro, è legato al suicidio dell’autore.

In Italia nel 2018 (anno cui fa riferimento lo studio, vedi nota*) il numero di suicidi negli uomini di età superiore ai 15 anni è stato di 2.868, pari allo 0,01% della popolazione. Dei 192 autori di femminicidio nei casi presi in esame dall’analisi, 67 (ossia il il 34,9%) si sono suicidati, ma il dato diventa ancora più significativo se si guarda all’età di chi uccide: quasi la metà degli uomini che hanno commesso femminicidio per poi suicidarsi (31 su 67, il 46,3%) aveva più di 65 anni.

Gli stereotipi

Per citare uno stralcio della Relazione: “I femminicidi/suicidi che vedono vittime donne anziane o con patologie negli atti giudiziari sono motivati con una certa comprensione e benevolenza; le coppie o le famiglie in cui maturano sono descritte come “molto unite”; l’uomo è indicato come colui che si prende cura dell’invalida (moglie, figlia o madre) e, alla fine, la uccide per le seguenti ragioni: per liberare la donna dalla malattia; perché lui stesso non tollera di vederla in quelle gravose condizioni; perché non ha più la forza di accudirla. Le piste di indagine nei femminicidi di donne anziane (specie quando vi è il suicidio dell’autore) proprio per questo sono sempre rivolte alla ricerca di patologie psichiatriche o malattie incurabili o a problemi di carattere economico che possano avere motivato l’evento, tanto da renderlo persino accettabile moralmente”.

La giustizia

Da qui, la tendenza ad archiviare senza indagini lamentata da Di Nicola e messa nero su bianco nell’ultima relazione della commissione parlamentare. “Anche quando troviamo biglietti che spiegano il gesto, sono scritti sempre dall’uomo. Nei casi presentati come suicidio di coppia, è l’uomo che uccide prima lei poi si ammazza. E’ dell’uomo l’unica versione. E ci si accontenta, senza andare oltre, sentire familiari, amiche, badanti, trovare il vero movente, traccia di maltrattamenti nel vissuto della vittima. Bisogna fare le indagini. Si parla di pietà ma si uccide con il fucile, o con un coltello. I femminicidi altruistici? Semplicemente, non esistono”.

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